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Viaggio in Sicilia: il sangue della terra lavica - di Ilaria Oliva

«come un immenso gatto di casa che quietamente ronfa e ogni tanto si sveglia, sbadiglia, con pigra lentezza si stiracchia e, d’una distratta zampata, copre ora una valle, ora un’altra, cancellando paesi, vigne e giardini». (Leonardo Sciascia)

Svetta dall’alto dei suoi 3350 metri ‘a Muntagna, incurante della vita che si svolge ai suoi piedi: sbuffa e ogni tanto si lascia andare a qualche zampillo di fuoco, come a tenere desta l’attenzione. Forse è questo il segreto di questa terra, vivere considerando ogni momento come l’ultimo e quindi cercare di dare sempre il meglio in tutto?
Catania mi accoglie con il sole, il vento e un profluvio di bontà salate e dolci che inebriano la vista e il gusto. Percorrendo le strade tortuose che portano verso Castiglione di Sicilia dove si trova la prima tappa del nostro viaggio, la Tenuta di Fessina, vengo rapita dalle rocce laviche grigio scuro, dalla fitta vegetazione mediterranea, dalle case e villette abbandonate dal fascino rurale e vestigia di un’antica nobiltà decaduta.
Silvia Maestrelli non c’è, ci accoglie Jacopo, suo alter-ego: la mano femminile si nota subito nell’impostazione conservativa e rispettosa della tradizione pur nell’introduzione di innovazioni. Nemmeno il tempo di arrivare e sono già innamorata, di un vino ovviamente: in quella che, nei tre giorni di tour, si rivelerà una overdose di Nerello Mascalese, io, come sempre in controtendenza, mi faccio prendere da un Nerello Cappuccio in purezza

Inconsapevole del fatto che il meglio debba ancora arrivare, mi lascio trasportare qualche km più in là, ed ecco che sbuca dalla roccia un profilo architettonico che mi rapisce al primo sguardo: siamo a Pietradolcela cantina di Michele Farocostruita in pietra lavica in modo da mimetizzarsi perfettamente con il paesaggio e da avere un impatto ambientale prossimo allo zero. Tutto, al suo interno così come all’esterno, è realizzato in maniera perfettamente studiata, ma in modo tale da risultare elegante e lineare, minimale senza essere artefatto. Artisti ed artigiani hanno collaborato alla realizzazione di spazi personalizzati: dal tavolo “materico” di terra bruciata ad effetto Burri, all’installazione “Pietre d’Acqua” di Giorgio Vigna, che, con suoni, immagini ed ombre riflesse sul soffitto, trasporta l’ospite in una dimensione onirica, pacificante; per arrivare ai lavori di artenatura di Alfio Bonanno, artista di arte ambientale che da Milo ha girato il mondo per poi venire a realizzare dei lavori in questa ed in altre cantine della zona.
In vigna, a parte le ripide salite alle quali non sono abituata, ritrovo con familiarità gli alberelli che caratterizzano anche il territorio della mia Puglia: qui sono allevati quasi tutti sui terrazzamenti originari ad 800 metri di quota fino ad a quasi 900. La vigna Barbagalli, poi, con i suoi esemplari di circa 100 anni di età, rappresenta la summa della filosofia conservativa dell’azienda, nella quale si rispecchia l’animo da vivaisti dei proprietari (che si esplicita anche nel progetto Radicepura, fondazione e festival internazionale di garden design che si tiene a Giarre): un anfiteatro naturale di terrazze e viti prefillosseriche, quasi archeologia enologica.
Un progetto suggestivo e dalle tante sfaccettature, quello di Pietradolce, che si apre all’ospitalità e alla ristorazione grazie al resort Donna Carmela, del quale la sera stessa siamo ospiti per cena, avendo così modo di degustare i migliori vini della produzione aziendale: momento clou della degustazione il Barbagalli 2016, Nerello Mascalese, la cui etichetta vede raffigurata ‘a Muntagna come una donna vestita di rosso dai cui capelli parte uno sbuffo che pare un soffio vitale. L’Etna madre e non minaccia.

La giornata di sabato credo che sarà ricordata negli annali come la più intensa della storia dei viaggi del 7°BEM: un tour de force tra tre cantine in mattinata,TascanteGraci ePalmento Costanzo, con visita alle aziende e relative vigne, conclusa da una degustazione comparata tra i vini più rappresentativi delle contrade della zona. Momento epico questo, in quanto ha dato un messaggio di unione di intenti nella promozione di un territorio e del suo prodotto più rilevante, il nettare degli dei. Vedere allo stesso tavolo i proprietari o i referenti di realtà quali Tascante, Graci, Palmento Costanzo, PlanetaGirolamo RussoCottanera è stato più importante, a mio avviso, della degustazione stessa: un profluvio di Carricante Nerellocapace di inebriare e anche un po’ ottenebrare i sensi, 14 bottiglie di cui molte provenienti dalla stessa “contrada” e utili a rendere l’idea dei diversi stili dei produttori.
Quello che mi rimane impresso da questa degustazione è sicuramente la grande vocazione del territorio alla produzione di vini di eccellenza, e la conferma (in controtendenza con le mie solite preferenze) del fatto che della Sicilia io ami più i rossi che i bianchi: quel che noto, dopo averne assaggiati tanti in fasi ravvicinate, è che i bianchi, pur essendo ottimi vini da vitigni molto interessanti, come il Carricante e il Catarratto, partono con una nota minerale che mi attira particolarmente, ma poi in bocca mi deludono per una sorta di opulenza che diventa quasi “pesantezza”. I rossi invece, sia per il colore che dà luce al calice, sia per il naso sempre interessante, sia per i tannini, presenti ma sempre ben smussati, mi catturano completamente e mi danno soddisfazione anche per la loro versatilità di abbinamento.

Quei muri bassi
di pietra lavica
arrivano al mare…
Sciara delle Ginestre
esposte al sole
passo ancora il mio tempo
a osservare i tramonti
e vederli cambiare.
(Secondo Imbrunire, Franco Battiato)

Arrivo a Milo con un’emozione speciale: qui ha casa il “mio Maestro”, Franco Battiato, che chissà quante canzoni avrà composto guardando questo paesaggio… Mi pare di sentire la sua voce mentre mi guardo intorno. Il paesaggio dell’Etna: da ogni finestra, solitamente con vetrate enormi, da ogni terrazza, viene fuori una natura “esplosiva”, che riesce a superare le contraddizioni geologiche di questa parte di mondo e che l’uomo ha tentato sempre di addomesticare, per quanto gli è stato possibile, con risultati davvero suggestivi.
Salvo Foti ci porta nel mezzo delle sue vigne facendoci inerpicare sulla collina di Milo: un altro maestro, in un certo senso, fautore di quella che egli stesso definisce viticoltura “primordiale”, in quanto si rifà alla tradizione millenaria del luogo, creando dei vini “Umani”, fatti dall’uomo per l’uomo, nel massimo rispetto possibile dell’uomo e dell’ambiente. Dobbiamo al suo impegno la riscoperta e valorizzazione del potenziale di grandi vitigni autoctoni come il Nerello Mascalese o il Carricante.
Nel suo racconto ci sono riferimenti alla cultura latina e greca, di cui la Sicilia reca tante tracce: questo forte patrimonio culturale diventa uno dei fattori determinanti del terroir siciliano, dove il legame con il passato continua a essere vivo nella vitivinicoltura di oggi. Il sistema di coltivazione della vite ad alberello, ad esempio, arriva dai popoli egei, quindi ha 2.000 anni. Inoltre, c’è anche da notare come tutte le aziende che abbiamo visitato possiedano un vecchio palmento, ma solo Salvo Foti lo utilizza ancora: ci mostra un video in cui si vede come viene messo in funzione, con la pigiatura dell’uva fatta con i piedi, e la ruota che viene fatta sollevare a spinta attraverso l’enorme ingranaggio antico, proprio per mantenere viva la tradizione, in una modalità che oggi ci dice essere anche fuorilegge.
Il futuro per Foti e per la Sicilia è rappresentato da “I Vigneri”: un’associazione di viticoltori che salvaguarda le tradizioni millenarie dell’isola, tutela la biodiversità e rispetta la dignità del lavoro dell’uomo. Partiamo verso l’ultima tappa del nostro viaggio consapevoli di aver incontrato una mente illuminata, personalmente sollevata dallo spessore di questo incontro.

Dalla terrazza di Terra Costantino la Sicilia ci saluta con una distesa di viti che lasciano intravedere il mare, non senza averci regalato un’altra chicca di autenticità: il vino dei contadini, fatto da vigne maritate di uve autoctone dell’Etna, ovviamente da agricoltura biologica. Si chiama Rasola, ed è un rosso non filtrato, luminoso nonostante la velatura e dal gusto assolutamente di altri tempi: autentico come l’anima di questi produttori, concreto come questo pezzo di Sicilia che da sempre convive con l’incertezza trasformandola in una sua alleata.
Terra dove spero di poter ritornare al più presto per continuare ad emozionarmi come in questi giorni!

 

DI ILARIA OLIVA